Allenarsi sul proprio profilo forza-velocità serve?

Ogni atleta ha un suo profilo: c’è chi spinge forte ma lento e chi è veloce ma meno forte. Oggi lo si misura con pochi salti con il bilanciere o qualche sprint. L’idea che segue è naturale: allenare di più ciò che manca, e così migliorare prima.

È un’idea che convince, ma convincere non basta: va provata. Qui mettiamo a confronto tre studi che l’hanno messa alla prova e che arrivano a risposte diverse. Guardiamo chi hanno studiato, per quanto tempo, e perché il risultato cambia.

È anche un modo per mostrare come lavoriamo: quando la scienza non è d’accordo con se stessa lo diciamo, e in campo decidono i test.

  • Nel salto, un allenamento costruito sul profilo ha migliorato di più.
  • Due studi successivi, uno con i gruppi formati a caso, non hanno trovato vantaggi.
  • Per ora il profilo è un’informazione utile, non una ricetta.

Studi: Jiménez-Reyes e colleghi, 2017; Lindberg e colleghi, 2021; Rakovic e colleghi, 2018. Fase del Ciclo: 5, Personalizzare.

Cosa dice

Tre studi a confronto: Jiménez-Reyes 2017 trova un vantaggio, Lindberg 2021 e Rakovic 2018 no

Jiménez-Reyes e colleghi hanno seguito 84 atleti di calcio e rugby per 9 settimane, con due sedute a settimana. Chi si è allenato sul proprio profilo ha migliorato il salto dal 7 al 14%; chi ha fatto un programma uguale per tutti, insieme al gruppo di controllo, appena del 2,3%.

Grafico: nello studio di Jiménez-Reyes il salto migliora del 14,2%, 12,7% e 7,2% nei gruppi allenati sul profilo, del 2,3% negli altri

Lindberg e colleghi hanno assegnato a caso 40 atleti di squadra a tre gruppi per 10 settimane: allenamento verso il profilo ideale, lontano da esso, o equilibrato. I cambiamenti sono stati piccoli e simili nei tre gruppi: nessuna differenza tra loro.

Grafico: nello studio di Lindberg i tre gruppi migliorano in modo simile

Rakovic e colleghi hanno allenato lo sprint di 17 giocatrici di pallamano d’élite per 8 settimane: il programma sul profilo non ha fatto meglio di quello uguale per tutte. Entrambi i gruppi hanno migliorato di circa l’1% i 30 m e del 2% la velocità massima.

Su chi è stato fatto

Jiménez-Reyes: calciatori e rugbisti semiprofessionisti, 23 anni in media. Lindberg: atleti di livello nazionale di hockey su ghiaccio, pallamano e calcio, 20 anni in media. Rakovic: giocatrici di pallamano d’élite, 23 anni in media. Tutti adulti, tutti di sport di squadra: nessuno di questi studi riguarda giovani o specialisti dell’atletica.

Cosa cambia in campo

Un risultato isolato non basta, anche quando è netto: serve che altri lo ritrovino. Questi studi hanno usato atleti, test e durate diversi, e Lindberg ha formato i gruppi a caso, che è il modo più solido per confrontare due allenamenti.

In Tekna Dok le qualità più deboli si possono mettere a fuoco, con un po’ più di carico: è una scelta del tecnico, e i test brevi dicono se è servita.

Cosa non dice

Non dice che il profilo sia inutile: misurarlo aiuta a conoscere l’atleta. Dice che, per ora, allenarsi solo per correggerlo non ha dato di più in modo sicuro. E non sappiamo ancora cosa succede nei giovani e nei velocisti.

Gli studi

Jiménez-Reyes P e colleghi. Effectiveness of an individualized training based on force-velocity profiling during jumping. Frontiers in Physiology 7: 677, 2017. Si legge libero, in inglese.

Lindberg K e colleghi. Should we individualize training based on force-velocity profiling to improve physical performance in athletes? Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports 31(12): 2198–2210, 2021.

Rakovic E e colleghi. The effect of individualised sprint training in elite female team sport athletes: a pilot study. Journal of Sports Sciences 36(24): 2802–2808, 2018.

Collegato a: Il Ciclo K3IRON.

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